
Il foglio di carta su cui scriviamo costituisce la proiezione inconscia dello spazio vitale in cui nella realtà ci troviamo ad agire e ad operare; e il modo con cui, scrivendo, noi ci muoviamo in quello spazio, ha strette analogie con le modalità con cui ci muoviamo nel mondo reale.
Tutti riconoscono che ogni scrittura ha una sua propria individualità; mentre molti, invece, dubitano che sia possibile trarre dalla grafia conclusioni attendibili sul comportamento, sul temperamento e sul carattere dello scrivente. In risposta a tali dubbi si vuole sottolineare che oggi la GRAFOLOGIA è oggetto di studio c/o diverse università: in Francia, in Germania, in Spagna, dove è corso di studi nell’Università Autonoma di Barcellona; in SVIZZERA, dove è materia di studio nell’Università di Zurigo; in Italia dove attualmente lo è presso la LUMSSA (Libera Università Maria Santissima) di Roma.
È tuttavia difficile che si possa mettere in dubbio che ogni grafia esprima le caratteristiche della persona che l’ha prodotta. continua Chiunque, in possesso di un minimo spirito di osservazione, è in grado di riconoscere la grafia dei suoi stretti conoscenti, purché l’abbia vista un certo numero di volte. Perfino i bambini sono in grado di distinguere i tratti caratteristici della scrittura dei loro compagni. In tutti e cinque i continenti le pratiche legali si basano sull’autenticità della firma e le operazioni finanziarie non sarebbero possibili se non ci fosse la certezza dell’affidabilità della firma, che negli ultimi tempi ha assunto la veste digitale. I documenti acquistano valore se sono sottoscritti dai rispettivi contraenti e gli stessi Capi di Stati in calce a documenti importantissimi, persino i trattati di pace, appongono le loro rispettive firme, a sigillo del loro impegno e della loro volontà: nella firma cioè essi, come chiunque, proiettano sé stessi e sanciscono le decisioni prese.
Chi non ricorda che durante la propria adolescenza ha cercato tante e tante volte di trovare una firma consona a sé stesso, quella in cui meglio si rispecchiasse e nella quale potesse identificarsi e quindi ritrovarsi?
Il foglio di carta su cui scriviamo costituisce la proiezione inconscia dello spazio vitale in cui nella realtà ci troviamo ad agire e ad operare; e il modo con cui, scrivendo, noi ci muoviamo in quello spazio, ha strette analogie con le modalità con cui ci muoviamo nel mondo reale.
LA GRAFOLOGIA, ovvero l’analisi della scrittura, è uno strumento di indagine profonda della persona. Le conoscenze, che questa disciplina offre, sono notevoli. In sintesi, essa consente di “sapere” come la persona si muove nel suo spazio esistenziale e reale; consente di conoscere le sue basi temperamentali e del carattere, le sue qualità intellettive, in che misura e in che modo l’ambiente ha agito su di lei, continua il modo e la capacità di tessere relazioni sociali in termini intellettivi ed affettivi; la sua tenuta psichica e fisica, il livello e la capacità di gestione delle proprie emozioni, il grado di maturità psicologica, la efficace o inefficace gestione delle proprie risorse energetiche, il ritmo vitale, la capacità di mediazione dell’IO tra le diverse istanze (ES – IO – SUPER-IO), il rapporto tra introversione ed estroversione, tra egoismo e altruismo, i punti di forza e di debolezza, il progetto esistenziale, la capacità e la modalità di amare, la spinta aggressiva, l’ipocrisia cosciente e inconscia; permette di sapere se l’autore di quello scritto sia dotato di capacità creative o se sia più adatto ad un lavoro esecutivo. Consente inoltre di comprendere la Funzione psicologica dominante nel suo sentire e nel suo agire (cioè se prevale il SENTIMENTO oppure il PENSIERO oppure la SENSAZIONE o l’INTUIZIONE (Jung)); di capire i meccanismi di difesa (in che modo cioè il soggetto ha imparato a difendersi nel rapporto con gli altri), e persino rilevare i tratti della somatica, sia dal punto di vista morfologico che espressivo. Infine – credo che questo sia l’aspetto il più interessante – consente di risalire alle cause ed alle motivazioni che hanno influito e magari persino determinato alcune importanti scelte di vita dello scrivente. Per la capacità di fornire un’analisi approfondita e organica della personalità, l’analisi grafologica rientra tra i metodi psicodiagnostici più profondi e meglio articolati dello scrivente.
Su queste basi la Grafologia può essere predittiva, cioè può prevedere le linee guida del comportamento futuro dello scrivente in determinate circostanze o in certe situazioni; può prevedere le possibili reazioni di fronte ad alcune condotte altrui.
Cosa certamente non semplice, ma possibile. Per raggiungere questi livelli, si richiede naturalmente una preparazione seria, conseguita dopo diversi anni di studio e sorretta dalla conoscenza almeno di alcuni settori di altre materie affini, come Psicologia, Teorie della personalità, Psicomotricità ecc.…
L’analisi grafologica può quindi essere uno strumento conoscitivo della persona di straordinaria efficacia, che va ben oltre quanto si possa immaginare. Essa può essere il punto di partenza per una riflessione a più ampio raggio su ciò che si è, su ciò che sappiamo e non sappiamo di essere, su ciò che vorremmo esprimere e manifestare,sulle nostre potenzialità inespresse, sulle possibilità di realizzare i nostri obiettivi fondamentali.
Tutti riconoscono che ogni scrittura ha una sua propria individualità; mentre molti, invece, dubitano che sia possibile trarre dalla grafia conclusioni attendibili sul comportamento, sul temperamento e sul carattere dello scrivente. In risposta a tali dubbi si vuole sottolineare che oggi la GRAFOLOGIA è oggetto di studio c/o diverse università: in Francia, in Germania, in Spagna, dove è corso di studi nell’Università Autonoma di Barcellona; in SVIZZERA, dove è materia di studio nell’Università di Zurigo; in Italia dove attualmente lo è presso la LUMSSA (Libera Università Maria Santissima) di Roma.

J. CREPIUX JAMIN
(1859 -1940)
Dentista di professione, amplia ed arricchisce di significati i segni già identificati dell’abate Michon e dà una sistemazione scientifica alla Grafologia.
Nel suo libro del 1929: “ABC de la Graphologie” elabora un sistema di classificazione di sette categorie: Dimensione, Forma, Pressione, Velocità, Direzione, Layout e Continuità.

LUDWIG KLAGES
(1872 – 1956)
Nacque in Germania. Studioso di fisica, chimica, psicologia e filosofia, fu influenzato dalla filosofia di Nietzsche. È lo scopritore della categoria del RITMO e dei due Principi di ESPRESSIONE e di RAPPRESENTAZIONE.
OPERE: La scrittura e il carattere, I principi della Grafologia, La diagnosi del carattere etc…Fondò con lo scultore Hans Busse, nel 1894 l’Associazione di Grafologia di tedesca. Ha rappresentato un punto di riferimento intellettuale essenziale

GIROLAMO MORETTI
(1879-1963)
È il padre della grafologia italiana.
Dotato di una intuizione sensitiva notevole, nella sua Autobiografia scrive: “Nell’agosto del 1905, in un pomeriggio afoso… presi in mano un giornale e mi cadde l’occhio su un articolo: “La Grafologia”. Non ne avevo mai sentito parlare. Mi meravigliai che la Grafologia costituisse uno studio speciale, perché fin da bambino, quando mi capitava di avere sottomano una scrittura qualsiasi, scorgevo l’autore dello scritto nei suoi movimenti più spontanei: nel suo modo di ridere, di piangere, di muoversi, di conversare, di imporsi, di reagire, etc.…“.

MAX PULVER
(1889-1952)
Fondatore della Società Grafologica Svizzera.
Sulla scia della psicanalisi di Jung, è lo scopritore del Simbolismo della lettera, delle tre zone della grafia (allunghi superiori, corpo delle lettere minori, allunghi inferiori), del rapporto IO-TU, della scrittura come espressione delle energie creatrici ereditarie, dell’influenza dell’educazione e dell’ambiente: “Chi scrive disegna la sua natura interiore“.
Scrive: Symbolik der handschrift (Il simbolismo della scrittura).
“La grafologia è lo studio e la lettura dei complessi messaggi in codice, che il cervello registra nel tracciato grafico" (N. Palaferri, Padova, 1980) “La scrittura è il più ricco giacimento di significati inconsci finora scoperto” (M. Delamin, Parigi 1949). “La grafia con la penna esprime le funzioni più sfumate del cervello” (Girolamo Moretti, Ancona 1924). “L'uomo che scrive, disegna inconsciamente la sua natura interiore. La scrittura è un disegno inconscio, un autoritratto” (Max Pulver, Zurigo, 1931). “La scrittura è scrittura del cervello influenzata da ogni sorta di impulsi nervosi, che traducono in tracce la natura stessa dello scrivente” (Allport, Harvard -1973) “La scrittura è capace di rappresentare le infinite variabili della struttura biotipologica dell'individuo, le più sfumate modalità espressive dell'affettività, della mente, del comportamento sociale, del modo di percepire dell'uomo come si rappresenta e sen-te le cose, a cominciare da sé stessi (N. Palaferri. 1990). “La scrittura rivela la globalità delle esperienze vissute, le tracce lasciate dalle gioie e dalle sofferenze del passato, le speranze di un avvenire sconosciuto” (Gille Misani, Parigi, 1989). “La grafia con la penna esprime le funzioni più sfumate del cervello” (Moretti, Ancona, 1924). “La scrittura è la registrazione nel tracciato grafico dell'intera dinamica delle attività bioptiche della struttura del cervello” (N. Palaferri, Padova, 1980) “La scrittura ha dei rapporti con il carattere e l’intelligenza umana. Una relazione con tutta la personalità, non soltanto nei tratti, nella conformazione generale, ma perfino nell'espressione del viso, nel tono, nel movimento del corpo” (Wolfang Goethe)
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Scoperta fin dall’antichità, dopo aver trovato sviluppo nel 500 per via intuitiva, nell’Ottocento è assurta a scienza, pur con i limiti di una qualsiasi scienza umana, come la psicologia, la psichiatria, nonostante alcuni aspetti caratterizzino in maniera diversa le varie scuole europee.
Tutti hanno potuto constatare che i caratteri di una scrittura, anche se copiati con attenzione, risultano in ogni caso diversi dal modello appreso a scuola, così come si può osservare agevolmente che ogni scritto porta l’impronta del suo autore: infatti non si troveranno mai due grafie del tutto uguali tra loro, così come non ci saranno mai due persone perfettamente uguali tra loro; non lo sono neppure i gemelli.
Quando si scriveva poco e la preoccupazione era quella di attenersi in modo scrupoloso al modello insegnato a scuola, le caratteristiche personali, che il soggetto involontariamente vi immetteva, erano minori; ma presto si riconobbe che uno stile sciolto e spontaneo rivelava meglio la personalità dello scrivente e una scrittura non bella né elegante non fu più considerata riprovevole.
Col diffondersi della scrittura è aumentato l’interesse per lo stile individuale del gesto grafico e tale interesse è diventato ancora maggiore dal momento in cui si è affermato il principio secondo cui una grafia ha tanto più valore come mezzo di ricerca psicologica quanto più l’attenzione dello scrivente è rivolta a quello che sta scrivendo e non a come lo scrive, cioè quanto più la scrittura è spontanea.
Agli inizi i diversi tentativi di interpretare una scrittura e risalire da essa al carattere dello scrivente è stato poco più che un hobby e per un certo tempo alcuni ingegni di diversi i paesi si sono dedicati a quest’hobby. Erano dei bravi dilettanti. Tra costoro ricordiamo E. A. Poe, il filosofo Leibniz, il poeta/scrittore W. Goethe, M.de de Staël e il poeta Baudelaire, ma nessuno di loro andò oltre una generica descrizione di alcuni tratti del carattere dello scrivente. Alcuni riuscirono a scendere anche nei particolari, aiutati in ciò da una dote intuitiva personale. Essi riuscirono infatti a fare delle buone analisi, anche penetranti, spesso sorprendenti per la loro precisione e per la ricchezza di dettagli. Precorsero i tempi, ma la loro “scienza” non era ancora trasmissibile ad altri.
Il primo libro sull’interpretazione caratteriologica della scrittura è stato scritto da un italiano, Camillo BALD, pubblicato a Carpi nel 1622 con il titolo: “Trattato come da una lettera missiva si conoscano la natura e la qualità dello scrittore”.
E. A. Poe, basandosi sull’osservazione della scrittura, riuscì a delineare dei buoni profili solo con la forza della sua intuizione; ed un altro scrittore, Walter Scott, nel 1829 scriveva: ”…Quella scrittura piccola, precisa ma stretta e sofferta, faceva pensare ad un uomo onesto, controllato nelle passioni e, per usare la sua stessa frase, integro di vita, ma rivelava contemporaneamente una persona spiritualmente limitata, con pregiudizi radicati e suggeriva pure una certa intolleranza non naturale in lui, ma determinata dalla limitata istruzione…. Inoltre, le maiuscole infiorate, che ornavano l’inizio di ogni paragrafo, non esprimeva-no forse un forte orgoglio e il senso d’importanza con cui l’autore si era assunto e svolgeva il suo compito? Mi persuasi che il tutto costituiva un ritratto veramente completo della persona…”. Aveva colto nel giusto; la sua diagnosi, infatti, era esatta.
Ma è con l’abate francese Hyppolite MICHON che ha inizio davvero la storia della grafologia, termine fino ad allora ancora sconosciuto e coniato proprio da lui nel 1871. Egli aveva un dono straordinario di osservazione. A lui si deve anche la scoperta di quei “segni” con cui tutti i grafologi si sono in seguito dovuti confrontare.
La dottrina di Michon consisteva nello scoprire segni particolari, ognuno dei quali è indice di un tratto del carattere: una visione della grafologia molto semplicista, e soprattutto insufficiente e limitata, tuttavia capace di aprire la strada a uno studio successivo più profondo gettando così le basi scientifiche di questa disciplina. Tale sistemazione fu compiuta da un suo discepolo: CREPIEUX-JAMIN.
Con CREPIEUX-JAMIN inizia davvero lo studio della grafologia moderna e costituisce a tutt’oggi il metodo dell’attuale grafologia francese, largamente diffusa non solo in Francia ed oggi oggetto di studio presso l’ECOLE FRANCAISE DE GRAFOLOGIE, associata alla SORBONE.
Chi fece compiere altri passi in avanti alla grafologia fu uno psichiatra, il MEYER, il quale nel 1901 pubblicò un libro con alcuni esperimenti compiuti. Egli, infatti, fu il primo a scoprire che l’intenzionalità e l’attività cosciente dello scrivente si manifestano sempre all’inizio della parola, riga o frase, mentre la vera natura o l’attività inconscia si rivelano alla fine della parola, riga o frase. Scoperta questa di grande valore nell’individuazione di un falso in scrittura (infatti è proprio alla fine della parola o della frase e nei segni secondari che emergono meglio le dinamiche di base di chi eventualmente si appresta a falsificare una firma. Ad es. il carattere non spontaneo di una grafia si riconosce dal fatto che le finali di parola o di rigo hanno un aspetto diverso da quello delle iniziali).
Ma si deve al KLAGES il merito di aver posto il problema su basi nuove aprendo la strada alla individuazione di leggi che consentono di riconoscere il livello qualitativo di qualsiasi scrivente e la spontaneità o la non spontaneità del suo comportamento.
Il KLAGES scoprì la legge della variabilità periodica dell’attenzione, che consente di distinguere la scrittura naturale da quella non naturale e che è diventata criterio indispensabile in base al quale dimostrare l’autenticità di una grafia.
Mentre il PREYER aveva riscontrato la possibilità di interpretazione in base a quattro variabili fondamentali, il KLAGES arrivò alla conclusione che tre caratteristiche fondamentali governano la struttura grafica: la velocità (la rapidità con la quale vengono scritti i grafemi, numero di lettere al minuto), l’estensione (non solo l’ampiezza delle lettere in altezza e in larghezza, ma la larghezza tra le lettere e la spinta verso dx.) e la pressione (la forza con la quale il soggetto, premendo la penna sul foglio di carta, produce tratti marcati e tratti sottili).
LA VELOCITÀ di una grafia dà la misura dell’attività psichica del soggetto cui essa appartiene; la velocità con cui una persona scrive è parallela alla velocità con cui il soggetto è capace di produrre un pensiero e di collegare le idee tra loro; ciò non vuol dire che sia alta anche la qualità del pensiero; questa è data dal livello della grafia e da tutta una serie di altri sintomi.
L’ESTENSIONE, cioè la dimensione in orizzontale e in verticale della scrittura, oltre ad indicare il maggiore o minor grado di introversione e di estroversione del soggetto scrivente, mette anche in evidenza il “pathos” dell’attività psichica, la predilezione per l’attività fisico-operativa o per l’attività intellettiva, la forza di volontà (in rapporto questa alla pressione), la semplice fantasia o la capacità di immaginazione.
LA PRESSIONE indica, tra le altre cose, la quantità di energia psico-fisica di cui il soggetto è dotato, la capacità di resistenza al lavoro, la capacità autoaffermativa, ecc.… (queste tre categorie non vanno prese in esame mai singolarmente, ma in un rapporto interagente tra loro. Se, per esempio, una persona aumenta la velocità di scrittura finisce per diminuire la pressione e viceversa. Vale un po’ la legge della leva: se si acquista in potenza, si perde in velocità e viceversa).
Da quanto si è detto fino ad ora risulta evidente che l’interpretazione psicologica di una grafia secondo la scuola tedesca non consiste assolutamente nell’analisi dei segni fissi, ma si basa su categorie grafiche generali. Altra distinzione che il Klages fa di tutte le grafie è la magrezza o pienezza delle stesse; la grafia piena è quella con arricchimenti, quella magra priva di questi e a pressione ridotta.
Il testo tedesco di recente pubblicazione, che ha raccolto l’eredità del Klages, sviluppandone i principi è quello di MULLER – ENSKAT: Diagnostica Grafologica, di non facile lettura, tradotto in italiano e pubblicato nelle Ed. Messaggero PD.
Le suddette categorie ritorneranno con varianti ed approfondimenti nella grafologia italiana, di cui parleremo qui di seguito. Almenno un breve cenno a due autori, Max PULVER e R. SAUDEK, rispettivamente svizzero il primo e inglese di adozione il secondo. Al primo va il merito di avere scoperto il valore simbolico della scrittura, vincolandola al simbolismo analitico Junghiano; al secondo il merito di avere condotto numerosi esperimenti di scrittura in diverse nazionalità, giungendo a delle “scoperte” che costituiscono una revisione di alcuni principi fondamentali, offrendo un orientamento più sicuro alle ricerche successive.
Un’attenzione particolare va rivolta alla scuola italiana di oggi, che è tra le più apprezzate, e per certi aspetti forse la più valida in assoluto.
Il suo fondatore è un frate francescano, Girolamo MORETTI, ed ai suoi discepoli si deve oggi l’impegno se il suo metodo è alla base del MASTER IN SCIENZE GRAFOLOGICHE presso l’Università degli studi di Urbino e presso la L.U.M.S.S.A di Roma.
Francescano conventuale, (Recanati 1879 – Ancona 1963) sin dall’età di soli 10 anni ebbe delle intuizioni formidabili sull’interpretazione delle scritture; infatti – come dice lui stesso nella sua Autobiografia – era in grado di “vedere” la persona scrivente: cioè come questa si muoveva, come rideva, come si comportava, come gesticolava, ecc.…
Pur senza aver compiuto studi accademici scientifici, ma dotato di spiccata attitudine psicologica, Moretti riuscì a poggiare le sue intuizioni su basi scientifiche e a creare un metodo rigorosamente oggettivo e potenzialmente trasmissibile agli altri, basato su “segni” precisi e misurabili, capaci di rivelare, nella loro combinazione dinamica, caratteristiche comportamentali e profonde della personalità del soggetto scrivente.
Scrisse numerose opere, ma certamente quella più famosa è il “TRATTATO DI GRAFOLOGIA”. Oggi il suo metodo è diffuso su scala mondiale e con i suoi connotati unici e irripetibili è sempre più apprezzato all’estero.
Egli pervenne al proprio sistema dei “segni” in modo del tutto autonomo ed originale (non volle conoscere cioè nessun altro sistema). A differenza degli altri grafologi egli partiva dall’intuizione primaria per giungere solo successivamente alla individuazione dei “segni”, capovolgendo in tal modo la metodologia comune e pervenendo a risultati persino sconcertanti. Invitato una volta alla Olivetti di Ivrea, accettò di essere messo alla prova da un gruppo di Dirigenti della Società stessa. Erano in molti (se non ricordo male erano 7). Ciascuno scrisse un biglietto in modo anonimo; alla fine Moretti riuscì a restituire a ciascuno il suo, riconoscendo l’autore dello scritto dalla somatica dalla conformazione del fisico e dai suoi movimenti, come il camminare, il gesticolare, ecc.…) creando in tutti grande stupore.
La grafia sussiste quale oggetto autonomo di conoscenza, dilatabile fino ai confini psicosomatici: ciò vuol dire che i segni grafologici indicano qualità psichiche specifiche, che a loro volta indicano anche qualità specifiche somatiche. Resta però fondamentale il principio per cui i segni non vanno analizzati nella loro staticità, ma nella loro combinazione dinamica: due o tre segni non dicono nulla se non si vedono in un rapporto interagente tra loro e con tutti gli altri.
l’analisi è stata fatta cinque anni dopo la data dei due bigliettini
Buona l’organizzazione. Strutturato ed articolato il progetto esistenziale. Pressione nella media.
Prevale la dimensione affettiva su quella conoscitiva. Anche se ama il suo lavoro, questo non occupa il primo posto nella sua vita, soprattutto da un po’ di anni (apertura a capo delle “a” e riccio vezzosità nel bigliettino). In fondo il lavoro le interessa poco, solo per quello che le dà e per le varie cose che sono ad esso collegate: ambiente, rapporti con i colleghi, gratificazioni, realizzazioni, soprattutto indipendenza economica.
Persona che sa trovare le strategie per risolvere i problemi quotidiani del lavoro; lo fa con capacità organizzative e con metodo. Responsabile e attenta, è capace di adattamento alle circostanze e alle persone con cui ha a che fare. Non è di molte parole ma, sia nei rapporti di lavoro sia nelle relazioni conoscitive, dà poco spazio agli altri. L’accoglienza e l’apertura sono più apparenti che reali. Ciò a vantaggio di sé. Prima di tutto e di tutti c’è lei. Sulle prime questo aspetto del suo temperamento non emerge; infatti, alla gentilezza e alla cortesia sa associare la dolcezza dei modi, sotto la cui coltre serba una buona dose di interesse personale.
Prima di ogni iniziativa calcola i vantaggi e gli svantaggi possibili (come d’altronde si fa nella norma), pur senza farsi condizionare da questi. Non è ipocrisia voluta né calcolo, ma il suo stile e il suo modo di essere. Non ha grandi aspirazioni, nel senso che l’ambizione, che la spinge a fare certe scelte, è modesta. Nel suo ambiente di lavoro tende a farsi valere e ad affermarsi, oltre a cercare stima e riconoscimento. Apparentemente altruista.
Tiene ben distinti e separati i diversi ruoli: nel privato, nel sociale, nel lavoro. Pur essendo capace di risoluzione dei problemi che quotidianamente e nel lavoro dovessero presentarsi, in fondo non è creativa, nel senso che, se dovesse fare un lavoro nel quale leiniziative dipendano del tutto da lei, si tirerebbe indietro o lo affronterebbe con ansia. Non andrà mai in cerca di un lavoro del genere. In fondo è una persona “dipendente” (è prevalente il segno legata). Tende a rimanere fedele agli impegni presi nel lavoro e nei rapporti umani. Nel lavoro, sia per l’autostima sia per ricerca di considerazione altrui sia per una punta di orgoglio, fa bene le cose che deve fare e porta a termine gli impegni presi. Nella dimensione affettiva e relazionale si potrebbe dire la stessa cosa, ma con un “distinguo”: non cerca evasioni temporanee e occasionali fuori della famiglia; perché la funzione dominante è il Sentimento (Jung). Se questo dovesse incrinarsi, potrebbe facilmente rompere un rapporto, che magari è durato anni.
Non tiene il piede in due scarpe.
Le dinamiche psico-affettive sono rimaste a livelli “adolescenziali”, con tutte le variabili e le sollecitazioni che tale dimensione può comportare (in difesa un leggero grado di rovesciata).
C’è una fondamentale preoccupazione di presentarsi di fronte all’ambiente. Ciò dice che qualcosa ha frenato il processo di crescita di qualche settore della personalità. Se accusa delle carenze o qualche inadeguatezza, cerca di dissimularle, e ciò provoca una diminuzione di trasparenza.
Il prodotto grafico è controllato e ordinato. Da un lato c’è mancanza di autonomia nei confronti del giudizio altrui sul piano formale, ma da un altro lato è subentrata una interiorizzazione di sicurezza attraverso la coscienza di fare le cose per bene. Ciò è conseguenza anche di un’educazione “normale”, senza scossoni.
Ha avuto un’infanzia e un’adolescenza in cui è stata seguita con attenzione misurata e ben calcolata, con impegno sia da parte dei genitori sia suo, del tutto personale.
È, o meglio era, la classica ragazza normale, adeguata all’ambiente, non ribelle né contestatrice.
Nel bigliettino del 2017 (qui non allegato), nonostante poche parole, la scrittura è cambiata. Sono subentrati i segni Apertura a capo delle “a” e “Levigata”.
Ora vive la realtà con una certa disinvoltura. Potremmo dire quasi “menefreghismo”.
Sono poche le parole per affermarlo ma, secondo me, il nuovo rapporto affettivo con un’altra persona è iniziato già qualche anno fa.
Questa persona è dotata di una buona capacità di sensazione intuitiva (il classico sesto senso femminile).
Fa le cose e compie le azioni con partecipazione sensitiva, più soggettiva che oggettiva, e percepisce la realtà con una dose di ambivalenza; la sente e la respinge, nello stesso tempo o in tempi successivi.
Persona in fondo non serena; è troppo preoccupata per sé, con momenti anche di ansia.
La reazione agli stimoli è soprattutto sensitivo-affettiva più che cognitiva; è immediata e rapida, ma con un che di prevenzione e di riserva, però solo iniziali. Subito dopo decide, in maniera piuttosto istintiva o meglio sensitiva, per il rifiuto o per l’accoglienza.
Apprende facilmente e in modo intuitivo e immediato. La memoria è di carattere associativo. Il ragionamento viene dopo ciò che ha intuito e sentito. Il pensiero a tale sensazione serve solo di appoggio o di conferma o di rifiuto o di giustifica, mentre resta la funzione principale nello studio e in alcune attività.
Ha un modo di porsi e di rivolgersi agli altri con affabilità e anche con un che di vezzosità senza tuttavia giungere a un comportamento consapevolmente e chiaramente dissimulatore. C’è in tutto questo una piccola percentuale di ambiguità, nel senso che il suo sentire è in buona parte autentico e sincero, ma non del tutto, non nasce cioè in maniera spontanea dal profondo e non è privo di calcolo immediato, ma non freddo né cinico.
Vige in questa persona un che di vanità intellettuale, che non è fine a sé stessa, ma a servizio di altro, come mezzo per suscitare nelle persone che conosce, e in qualcuna in particolare, interesse e attenzione nel campo dell’affettività, nel senso lato e stretto del termine. Questo è un suo bisogno, che affonda le radici nell’infanzia, forse addirittura nella prima infanzia, che purtroppo lei ha vissuto senza una partecipazione e un sostegno profondo e senza un interesse autentico ed empatico da parte della figura genitoriale principale. Secondo me il padre è stato poco presente; forse addirittura assente. È come se fosse sempre in attesa che altri si interessino a lei su più piani, prevalentemente su quello dell’affettività.
Non è bugiarda per cinismo o per calcolo; ha calore umano e quindi manca di freddezza calcolatrice. A volte si sente costretta a nascondere e/o modificare e/o alterare qualcosa della realtà per far fronte a qualche imprevisto o a qualche sua mancanza o per non essere stata in grado di raggiungere i risultati che si era precedentemente prefissi.
La dimensione affettiva e immaginativa è sempre più forte di quella conoscitiva. Le preme sentire, non conoscere. Il pensiero è carente rispetto al sentimento; in realtà in questo caso più che di sentimento si può parlare piuttosto di sensitività e di suggestionabilità. In tale dimensione è capace anche di un rapporto empatico con chi le è vicino, ma senza una lunga tenuta né costanza, condizionato dalle variazioni del momento e dalle motivazioni di carattere emotivo e contingente.
Insomma, non è capace di un rapporto sereno e disteso e a un tempo anche profondo.
L’organizzazione della sua personalità non è ottimale e non è priva, tra l’altro, di insicurezza e indecisione.
Non manca di iniziative, che però restano in un ambito piuttosto ristretto.
Non è capace di un progetto esistenziale ampio ed organico e a lungo respiro. O meglio, non l’ha mai avuto in maniera chiara. Ci si può fidare di lei per alcune cose, ma una buona parte, nonostante le sue promesse e le sue affermazioni, fatte certamente con sincerità, resta sostanzialmente velleitaria. Date tali premesse, è costretta per forza di cose (insite nel suo temperamento) a preoccuparsi soprattutto del presente, dell’Hic et Nunc, con alti e bassi.
Difficoltosa la mediazione dell’IO, sia tra Conscio e Inconscio sia tra l’ES e il SUPER-IO.
Il rapporto con le persone, quando è in gioco l’affettività, non è piano né scorrevole e la valutazione delle cose e delle persone non è del tutto oggettiva perché influenzata dalle emozioni e dalla suggestione del momento.
L’energia, pur buona, non è ben gestita. In parte ristagna. Chiaramente ciò le impedisce di realizzare molte sue aspirazioni; ha qualche difficoltà, infatti, nel far valere e mettere in pratica le sue idee. Qualche complesso di inferiorità.
Conflittuale la dinamica dei quattro temperamenti morettiani (Assalto, Attesa, Resistenza e Cessione). In alcuni casi vorrebbe reagire con forza, ma preferisce piuttosto lasciar perdere e che compensa con qualche scarica di rabbia momentanea. Prevale il temperamento dell’Attesa; scarso quello dell’Assalto, debole quello della Resistenza; un po’ alto quello della Cessione.
Manca di sicurezza nel fare e di stabilità nell’agire.
Persona, in fondo, eternamente insoddisfatta.
13 anni. La nota dominante che emerge dall’analisi della scrittura del suddetto ragazzo è una forte instabilità ed una labilità del senso dell’IO, corrispondenti alla stessa instabilità e alla disorganizzazione del grafismo: a momenti di relativa tranquillità seguono momenti di inflazione del senso di sé, in cui egli diventa anche irrispettoso di regole e norme; possono seguire infine momenti di scoraggiamento e di depressione quando si sofferma a riflettere su sé stesso. Anzi si può dire che quest’ultimo aspetto sottenda agli atteggiamenti che comunemente assume: di apatia e/o di “menefreghismo”, oppure – per compensazione – di spavalderia.
Lo sviluppo psico-affettivo, rimasto nell’ordine della primarietà, risulta non adeguatamente evoluto per l’età che ha (13 anni), per cui i bisogni restano quelli elementari del bambino: ricevere, essere gratificato, andare verso l’altro per avere1. Privo di un progetto esistenziale adeguato alla sua età, vive uno stato un po’ anarcoide, quasi senza regole e – ciò che più conta – senza ricevere sufficiente amore e adeguata comprensione nel senso più vero e profondo del termine, cioè anche nella direzione della severità, ma solo attenzioni e molte preoccupazioni per il suo benessere e le sue cose e purtroppo tanto permissivismo; a colui o colei che gli concede questo è comunque molto legato in quanto questa persona gli appare l’unica in cui può confidare e che possa proteggerlo. La personalità risulta quindi poco organizzata negli automatismi apprenditivi e nella memorizzazione; scarso il senso dell’ordine. Tutto ciò crea in lui confusione nel valutare oggettivamente la realtà (cosa che è già difficile per un adolescente adeguatamente seguito), uno stato generale di disimpegno, instabilità ed incoerenza. Al momento non è in grado di fare scelte con consapevolezza adeguata agli anni che ha; rifiuta ogni responsabilità.
Con tali premesse non può inoltre essere in grado di instaurare rapporti di sincera e profonda amicizia con i coetanei, ma solo di cameratismo, per cui è sostanzialmente solo nel suo mondo e con le sue cose.
Ha sperimentato una sensazione di abbandono, che vive come una sorta di tradimento (anche se ciò non fosse vero è quello che prova dentro di sé) e questo non gli può dare la serenità necessaria per potere studiare e instaurare rapporti
di fiducia e di comprensione verso gli altri. Manca vicino a lui una persona in grado di dargli delle regole e fargliele rispettare, che possa essere per lui un costante punto di riferimento, magari anche di contestazione, ma che possa trasfondergli valori di vita attraverso l’esempio piuttosto che con le parole, attraverso l’amore piuttosto che con i consigli e le raccomandazioni.
Io credo che egli inconsciamente aspiri a ciò e che il suo comportamento ed il suo modo di essere attuale siano in fondo solo una richiesta di aiuto.
1) In realtà – più che trattarsi di non adeguato sviluppo si tratti di una forma di regressione per un subentrato dissesto nel suo equilibrio psico-affettivo, che – ritengo – questo ragazzo fino a qualche anno fa doveva avere almeno in parte; per rispondere a tale dubbio avrei bisogno di una grafia del ragazzo di un po’ di anni addietro.